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Ti invito al viaggio
in quel paese che ti somiglia tanto.
I soli languidi dei suoi cieli annebbiati
hanno per il mio spirito l'incanto dei tuoi occhi quando brillano offuscati.
Laggiù tutto è ordine e bellezza, calma e voluttà.
Il mondo s'addormenta in una calda luce
di giacinto e d'oro.
Dormono pigramente i vascelli vagabondi
arrivati da ogni confine
per soddisfare i tuoi desideri.


 da Invito al viaggio
Baudelaire secondo Sgalambro


6 marzo 2009


Creature lunari

 


"La donna in tre fasi (La sfinge)" di Munch è un sunto tragico dell’universo muliebre. Parlando di questo quadro, lo stesso autore affermò che “La donna, in tutta la sua diversità, è un mistero per l’uomo –la donna, che è al contempo una santa, una puttana e un’amante infelice devota all’uomo”.
La donna è rappresentata nelle tre fasi della propria vita e, al contempo, nelle sue tre fasi lunari, meticolosamente governate da alterni messaggeri chimici.

La figura dalla candida veste e dai lunghi capelli rappresenta un’innocente fanciulla. Il tempo non ha ancora avuto modo di corromperla; i tratti del suo volto non sono delineati perché il suo stesso spirito non è ancora stato forgiato, ma anche perché, in questo modo, la fanciulla assurge ad archetipo. Guarda, composta, l’orizzonte; si protende verso il mare, pronta a salparlo per conoscere il mondo. Le sue mani stringono un niveo bouquet, simbolo romantico dell’amore che sboccia. Nessuna oscurità adombra il suo viso né il suo spirito. E’ la donna esemplare che, come una figura onirica e invano vagheggiata, si distacca nettamente (e cromaticamente) dalla cupa realtà. È la “santa”. È la vergine Artemide, luna crescente e simbolo di rinascita. È la prima fase del ciclo, è la preparazione del corpo femminile alla fertilità: è un climax che arriverà fino alla maturazione.

La seconda figura è quella di una donna nella pienezza dei suoi anni, che conosce il potere del proprio corpo. Assume una posa dissoluta, tentatrice e peccaminosa: fissa lo spettatore, invitante; offre il proprio seno e il proprio ventre; onnipotente sirena, ammalia. È una Selene traviata e traviante: non più datrice di vita ma di dolore e lutto per l’uomo, di cui sarà carnefice. È la “puttana”.
È la donna a metà ciclo, all’apice della fertilità; ma anche della bellezza; della seduzione; della capacità di provare e donare piacere.

La terza figura, nascosta dal buio e confusa nelle gramaglie, rappresenta la donna che ha già consumato gran parte della propria esistenza. È la “donna infelice e devota”. La sua atra veste, il suo pallore lugubre, lo sguardo cupo e mesto la rendono una figura spettrale, il cui spirito vitale è stato oblativamente sacrificato all’uomo. È la donna nel suo periodo climaterico. È Ecate, la Luna nera: morte cui tuttavia seguirà una rinascita. Ma è anche la donna nella sua ultima scorata fase, non fecondata, depressa.

Speculare alla donna sofferente è raffigurato l’uomo, sempre uguale a se stesso. I colori cupi della sua figura, gli occhi chiusi, il capo chino e pallido suggeriscono un’inconsolata afflizione. Stringe tra le mani un fiore cruento, che fa da pendant al mazzolino di fiori della bianca fanciulla: è il “fiore del dolore”, l’inevitabile conclusione di un amore che pur appariva radioso e carico di speranza.



Se gli uomini, da sempre incantati dalla misteriosa mutevolezza della luna, volgessero lo sguardo in basso, non guarderebbero, forse con altrettanta ammirazione, la fluttuante ciclicità della donna? Non imparerebbero, forse, a riconoscerne le fasi, ad assecondarne i tempi, ad accompagnarne la volubilità?

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